Sarà che il caso di Carlo Parlanti, di cui sono venuta a conoscenza da poche settimane, mi ha colpito parecchio o che il turbamento che ne è derivato mi ha reso più sensibile a simili casi di giustizia incerta, fatto sta che, con sconforto, ho scoperto che i casi di cittadini italiani detenuti all'estero, in condizioni non sempre dignitose, sono più di tremila. Di certo, fino a non molto tempo fa ero piuttosto ignorante in materia, ma ritengo sconcertante ciò che ho avuto modo di apprendere in questi giorni di ricerche sull'argomento.
Tremila persone: mi sembra un numero enorme. Di tutte queste persone si sa poco o niente: sono tremila cittadini italiani dimenticati da quasi tutte le nostre istituzioni e da quasi tutti i nostri politici. Sono tremila persone la cui vita è schiacciata dal silenzio che le circonda.
Un politico molto sensibile a queste tematiche è l'onorevole Marco Zacchera (AN) che conosce a fondo le problematiche che gli italiani detenuti all'estero si trovano ad affrontare giornalmente e che, col suo impegno attivo e costante, è diventato un punto di riferimento importante per queste persone e per le loro famiglie.
Spesso questi italiani implicati in vicende giudiziarie all'estero, si ritrovano privati dei loro diritti, primo fra tutti il diritto di conoscere il reato di cui si è accusati. Vivendo situazioni paradossali, finiscono con l'estinguere tutte le proprie risorse economiche, nonché quelle della famiglia, per far fronte alle spese legali. A tal proposito, l'associazione Secondo Protocollo - associazione senza scopo di lucro che si batte per la difesa dei diritti umani - sta promuovendo una raccolta di firme per garantire assistenza legale gratuita agli italiani reclusi all'estero, affinché queste persone possano vedersi garantita la possibilità di difendersi. Chi volesse può firmare la petizione on-line.
Sicuramente dei tremila italiani detenuti all'esterno non tutti saranno innocenti e non tutti si troveranno privati dei propri diritti: non è mia intenzione lasciar intendere che gli italiani detenuti all'estero sono innocenti a priori o che vicende come quelle di Carlo Parlanti siano la regola. Tuttavia bisogna ammettere che sono troppi i casi di persone detenute in un paese straniero e private di ogni diritto, torturate, fisicamente e psicologicamente, e dimenticate dal resto del mondo.
Se l'alienazione dei diritti umani è inammissibile per coloro che sono colpevoli, è ancora meno tollerabile quando questo riguarda persone chiaramente innocenti o che non sono ancora state condannate.
In molti casi queste persone vengono tenute in carcere per parecchi mesi prima che il processo che li vede imputati abbia luogo; inoltre capita di frequente che vengano trattenuti senza l'appoggio di prove concrete e verificabili.
Ho già scritto di Carlo Parlanti, ma molti sono gli esempi che possono essere presentati.
Tra questi, uno dei casi più sconcertanti è quello di Abou Elkassim Britel, cittadino italiano (nonostante il nome arabo), detenuto ingiustamente nel carcere marocchino di Äin Bourja, Casablanca. L'incubo di Kassim Britel comincia nel 2002 quando, mentre di trova in Pakistan, viene arrestato, consegnato alla Cia come presunto terrorista e portato in Marocco dove viene rinchiuso in una prigione segreta e torturato. Successivamente liberato nel 2003, dopo quattro mesi viene nuovamente arrestato con l'accusa di far parte di un'associazione sovversiva. Senza prove certe della sua colpevolezza, viene condannato e da allora si trova in carcere, dimenticato dalle nostre istituzioni: un nome arabo e la fede musulmana sembrano sufficienti a fare di lui un terrorista. Nonostante il suo caso in Italia sia stato archiviato nel 2006 perché è risultato essere chiaramente innocente delle accuse di terrorismo e nonostante il Parlamento europeo abbia sollecitato il governo italiano a prendere misure concrete per ottenerne l'immediato rilascio, il nostro ministro della Giustizia Clemente Mastella e gli organi istituzionali competenti non appoggiano la richiesta avanzata da alcuni nostri parlamentari di instaurare delle trattative col Marocco per riportare Kassim in Italia.
Dal 16 Novembre scorso Kassim Britel ha iniziato uno sciopero della fame: una chiara richiesta di aiuto e di giustizia.
Un altro caso assurdo è quello che vede coinvolti due giovani italiani Angelo Falcone e Simone Nobili arrestati nel marzo del 2007 a Mandi, città dell'Himachal Pradesh, Stato a nord dell'India. Si trovano in carcere accusati di detenzione e traffico di stupefacenti, ma continuano a professarsi innocenti. Angelo e Simone si trovavano in vacanza in India e durante la notte tra il 10 e l'11 marzo la polizia ha fatto irruzione nell'abitazione di un cittadino indiano presso cui alloggiavano arrestando tutti coloro che si trovavano lì in quel momento. A seguito della perquisizione effettuata della polizia nell'abitazione sarebbero stati trovati 18 chilogrammi di droga, di cui tuttavia non si hanno prove certe. La vicenda sembra piuttosto ambigua e la colpevolezza dei due italiani sembra piuttosto improbabile. Al momento dell'arresto, tra l'altro, ad Angelo e Simone è stato impedito di contattare subito l'ambasciata italiana: hanno potuto farlo solo dopo essere stati costretti a firmare dei documenti in indi, di cui non conoscevano il contenuto poiché nessun interprete era presente; documenti che si sono poi rilevati essere una confessione nella quale essi dichiaravamo di essere stati fermati dalla polizia mentre erano diretti in taxi all'aeroporto di Delhi e che avevano con loro 18 chilogrammi di droga. Inutili le richieste dei familiari affinché lo stato italiano intervenga in aiuto dei due giovani. Questa che segue è l'intervista al padre di Angelo, Giovanni Falcone, andata in onda su Rai Uno:
Un caso simile, ma con risvolti peggiori e davvero assurdi riguarda un cittadino britannico, Patrick Malluzzo, detenuto anch'egli in India con l'accusa di possesso di stupefacenti: un altro caso che ci aiuta a capire come in India storie del genere siano piuttosto frequenti. Arrestato nel 2004 all'aeroporto di Mumbai, le accuse a carico di Patrick sono fondate sul fatto che una valigia contenente dei vestiti e una fotocopia del suo passaporto (valigia che Patrick Malluzzo aveva affidato ad un amico che era con lui in India) è stata ritrovata dalla polizia ferroviaria su un treno accanto ad un'altra borsa contente un grosso quantitativo di droga. Condannato a 10 anni di detenzione, Patrick Malluzzo è stato torturato psicologicamente e fisicamente; è stato costretto a firmare numerose confessioni e spesso ha dovuto firmare dei fogli completamenti bianchi. Appare chiaro come in simili condizioni i diritti fondamentali siano lontani dall'essere garantiti.
Tornando a casi italiani, uno sguardo alla vicina Spagna: mi riferisco ai casi di Simone Righi (è di ieri pomeriggio la notizia che è stato rilasciato, ma è tuttavia in attesa di giudizio) arrestato nel corso di una manifestazione animalista e di Angelo C. arrestato perché l'amico con cui era in vacanza è stato trovato in possesso di stupefacenti durante un controllo di polizia.
Molti altri sono i casi che si possono citare, tutti casi nei quali le istituzioni italiane fanno ben poco; una selezione è stata necessaria: ho parlato dei casi che più di altri mi hanno colpito. La speranza è che l'Italia possa finalmente interessarsi anche di loro, ma temo verrà disattesa.
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