Sono passati quattro anni e Carlo Parlanti, il cittadino italiano detenuto ad Avenal (California - USA) di cui ho scritto più volte su queste pagine, vive ancora la sua lotta quotidiana per la libertà.
Era il 4 Luglio del 2004 quando, mentre era in transito all'aeroporto di Düsseldorf, in Germania, venne arrestato dalla polizia tedesca senza che ne conoscesse le ragioni. Per due anni infatti, dal luglio 2002 - cioè da quando Carlo Parlanti aveva lasciato l'America per tornare in Italia - al luglio 2004, Carlo era rimasto all'oscuro del fatto che pendeva su di lui un mandato di cattura internazionale emesso dagli USA. Nel luglio 2002 infatti la sua ex convivente, Rebecca White, aveva denunciato Carlo alla polizia californiana per violenze e sequestro di persona.
Con il suo arresto in Germania ha avuto inizio il suo inferno.
Dopo aver trascorso quasi un anno nelle carceri tedesche, nel 2003 la Germania decide di accogliere la richiesta di estradizione avanzata dagli USA, ignorando le richieste avanzate dall'Italia di rimpatriare il nostro connazionale.
In America ha luogo il processo: Carlo, sicuro della propria innocenza e fiducioso nella giustizia, rifiuta il patteggiamento che gli avrebbe permesso un enorme sconto di pena. Invece, inaspettatamente, Carlo viene condannato al massimo della pena prevista dalla legislazione americana per questi casi: nove anni di detenzione.
Da allora Carlo, la sua fidanzata Katia Anedda e tutta la sua famiglia vivono un vero e proprio incubo. Ciononostante Carlo non si è mai arreso ed ha sempre continuato a far sentire la propria voce per proclamare la propria innocenza. A fargli da portavoce i suoi familiari e, soprattutto, Katia che non si è mai risparmiata.
Nonostante l'indifferenza di molti tra politici, rappresentanti istituzionali e nonostante il silenzio dei principali organi di stampa, Carlo e Katia non si sono mai arresi. Attraverso il sito internet dedicato alla vicenda di Carlo, Katia è riuscita a far conoscere questa storia a numerose persone e sono in molti coloro hanno deciso d'impegnarsi personalmente, dedicando il loro tempo e i loro sforzi, per aiutare e dare il loro sostegno a Carlo.
Katia ha di recente fondato, insieme ad Erika Righi (sorella di Simone Righi), l'associazione senza scopo di lucro Prigionieri del Silenzio: alla base di quest'associazione vi è il desiderio di dare una mano a tutti quegli italiani rinchiusi nelle carceri straniere che vedono violati i loro diritti fondamentali e che sono troppo spesso dimenticati dalle nostre istituzioni.
Recentemente Katia ed i familiari di Carlo sono riusciti ad avvalersi della professionalità del criminologo Marco Strano che, insieme ai suoi collaboratori, sta studiando le prove e tutto ciò che è inerente al caso di Carlo; quanto dedotto dal professore Marco Strano è stato esposto durante la trasmissione televisiva Scena del Crimine (in onda su TeleRoma56 e anche su Sky). Oltre al professore Strano, hanno preso parte alla trasmissione anche l'avvocato Nino Marazzita e il chirurgo maxillofacciale Carlo Macro; ciò che appare chiaro dall'analisi effettuata nel corso del programma è l'inattendibilità di quanto affermato dalla presunta vittima.
Per chi avesse la voglia e la pazienza, ecco il video della trasmissione completa:
Se invece lo preferite, potete leggere le dichiarazioni dei diversi esperti qui, qui e qui.
Personalmente sono convinta dell'innocenza di Carlo Parlanti e in questo giorno così particolare per lui e per i suoi cari non posso non esprimergli la mia solidarietà.
Spero che il processo americano venga riaperto, soprattutto alla luce delle analisi degli specialisti che sono stati interpellati e che Carlo possa tornare ad essere un cittadino libero.
Entrare nel merito delle leggi sulla sicurezza del nuovo - si fa per dire - governo Berlusconi richiederebbe una quantità incommensurabile di parole ed io oggi non ho le forze per una tale impresa: il caldo di questi giorni mi sta massacrando!
Tuttavia non posso trattenermi dall'esprimere alcune delle mie perplessità maggiori.
A me pare che il nostro paese stia imboccando strade molto pericolose e il governo Berlusconi riesce a dare dell'Italia l'immagine peggiore: la stampa estera guarda con crescente preoccupazione la svolta xenofoba dell'Italia di questi ultimi tempi (qualche esempio: qui, qui e anche qui) e d'altronde come negare l'evidenza? A partire dalla questione della clandestinità che diventa reato, passando per il prolungamento del periodo di permanenza massimo nei Centri di Identificazione ed Espulsione (la permanenza può durare fino a diciotto mesi) e arrivando alla recente proposta avanzata dal ministro dell'Interno Maroni di raccogliere e schedare le impronte digitali di tutti i cittadini rom, minori compresi. La sola idea che si prendano provvedimenti e che si facciano leggi con lo scopo di "controllare" una determinata categoria di persone o una determinata etnia è davvero angosciante; se questo non è razzismo, spiegatemi voi: che cos'è? In un paese giusto e democratico le leggi sono fatte per tutti, non sono selettive, non si rivolgono solo verso una "razza". Siamo tutti uguali: se devono essere prese le impronte digitali a tutti i rom, perché non prendere allora le impronte digitali di tutti i cittadini, italiani e non, residenti in Italia? Tra l'altro molti rom sono dei cittadini italiani a tutti gli effetti.
Per chi volesse approfondire queste tematiche:
Tra l'altro, se quanto accaduto a Torino il mese scorso fosse vero, ritengo che in Italia comincino ad aprirsi scenari davvero inquietanti; soprattutto perché queste scene non sembrano del tutto isolate. Il mio timore è che si possa arrivare a veri e propri atti di discriminazione; il rischio è che la parola straniero divenga sinonimo di criminale.
Sinceramente comincio a pensare che forse farei meglio a prendere in considerazione l'idea di emigrare all'estero, lontana da quest'Italia che diventa ogni giorno di più intollerante e che ogni giorno di più si allontana dalla mia Italia: il paese in cui sono nata e cresciuta sembra aver tradito se stesso; sembra un altro...
Sugli episodi di Torino:
Quelli elencati finora mi sembrano già dei fatti allarmanti; ma purtroppo sembrano non bastare a Berlusconi e al suo governo. Berlusconi è famoso per i suoi attacchi ai giudici e alla magistratura italiana: è sufficiente che lui venga indagato per qualcosa o che venga processato per qualche reato che fa partire subito il suo J'accuse! Se poi la stampa riporta i fatti o non si schiera dalla sua parte, non risparmia accuse nemmeno nei loro confronti.
Credo che sia molto grave che una delle figure istituzionali più importanti del nostro paese perpetui questa campagna di discredito e di insulti rivolti verso le autorità giudiziarie e verso gli organi di stampa.
Sembra che Berlusconi abbia una sua personalissima idea di democrazia; un'idea costruita ad immagine e somiglianza dei suoi personalissimi interessi: guai a chi prova a sfiorarli! Le parole irrispettose del capo del governo nei confronti del sistema giudiziario italiano sono parole rivolte anche a noi cittadini: chi manca di rispetto alle istituzioni del nostro paese, manca di rispetto all'intero paese.
L'ennesimo colpo al sistema giudiziario arriva con il cosiddetto Lodo Alfano e con la proposta di un decreto legge sulle intercettazioni. Georgia sul suo blog ha postato il video dell'intervista fatta dal blog di Grillo al procuratore generale di Torino, Gian Carlo Caselli; un'intervista davvero interessante (di cui potete trovare la trascrizione qua). Questa è l'intervista:
Lascio a voi ogni conclusione; per ciò che mi riguarda penso che se queste leggi verranno approvate il nostro diventerà un paese meno giusto e meno democratico.
Qualche link di approfondimento su queste tematiche:
Infine, per chi riesce a capire il francese, uno scritto divertente di Stefano Benni apparso su Libération (non sono proprio riuscita a trovare una traduzione in italiano) che potete leggere qui.
Il Bloggers Unite for Human Rights si è concluso ieri e, sebbene in Italia non siano stati moltissimi a partecipare, mi sembra sia stata un'ottima occasione per ricordare a tutti che siamo ancora molto lontani dal rispetto universale dei diritti umani. Sono troppi i luoghi in cui i diritti più basilari non sono riconosciuti; non mi stancherò di ripeterlo, anche a costo di annoiarvi.
Sono convinta che finché si continuerà a parlarne e finché ci saranno persone disposte a dare la propria vita affinché essi vengano garantiti esisterà sempre la speranza di un cambiamento e di un mondo migliore. Probabilmente c'è chi pensa che queste siano parole trite e ritrite e chi si chiede che senso abbia parlarne.
Per ciò che mi riguarda, sento che è un dovere morale: non posso concepire l'ingiustizia e se posso spendere un po' del mio tempo per fare qualcosa, anche piccola ed insignificante come un post sul mio blog, lo faccio volentieri, senza nemmeno starci a pensare su troppo.
Sarà utopico, ma credo che un futuro migliore possa esistere per tutti noi. Non voglio pensare che la brutalità, la violenza, la barbarie e l'ingiustizia un domani possano diventare i valori fondanti delle nostre società perché se così fosse avremo perso tutti qualcosa d'importante.
Mi consola l'idea di non essere l'unica a vederla così e che in giro per il globo ci sia chi crede nei miei medesimi ideali.
Se vi va di approfondire le tematiche dei diritti umani potete leggere i post segnalati nel gruppo di Bloggers Unite oppure fare riferimento alla lista creata da Stephanie del blog Focus Organic e suddivisa in categorie. Naturalmente chi ha partecipato e desidera condividere il proprio post non deve far altro che segnalarlo, sempre che non sia già stato inserito!
Come preannunciato ieri, oggi è il giorno che Bloggers Unite ha deciso di dedicare al tema sempre attuale dei diritti umani.
Mi sono interrogata a lungo sul tema che avrei potuto affrontare in questa occasione: mi è quasi venuta la crisi dello studente che si ritrova in preda al panico per il solo fatto di dover scrivere una composizione a tema libero... Sì, perché l'argomento diritti umani è davvero ampio perché purtroppo ci sono troppe cattive notizie.
Quest'anno cade il sessantesimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e non si può fare a meno di notare quanto poco essa venga rispettata in giro per il mondo: penso all'Iran dove si muore per il solo fatto di essere omosessuali; penso ai detenuti rinchiusi nelle carceri di troppi paesi privati dei fondamentali diritti umani e vittime d'ingiustizie (da paesi come l'India, ricordo il caso di Angelo Falcone e di Simone Nobili; a paesi simbolo della democrazia come gli USA, e qui il mio pensiero va a Carlo Parlanti); penso ai paesi in cui professare una religione diversa da quella di Stato diventa reato; penso a quelle popolazioni vittime della dittatura e che lottano ogni giorno per la propria libertà...
Noi, nel nostro universo che ha la parvenza della sicurezza e del benessere, spesso dimentichiamo chi non ha la fortuna di vivere in uno Stato che garantisca i diritti umani, uno stato libero e democratico. Siamo liberi di muoverci; liberi di parlare e di scrivere quello che pensiamo; semplicemente liberi. Queste libertà, frutto di lotte e di vite spezzate, hanno per noi, oggi, l'aspetto di cose "normali" - dovute - e spesso finiamo col dimenticarci che non è sempre stato in questo modo; spesso dimentichiamo che ciò che per noi è normale per altri ha il sapore di un sogno.
La Cina è un paese ricco di storia, arte, cultura; è uno degli stati più estesi al mondo ed è anche il più popoloso; è il paese in cui si produce di tutto: basta vedere la provenienza di molti dei nostri oggetti di uso quotidiano per farsi un'idea di quante cose escono dalle sue fabbriche...
La Cina, devastata qualche giorno fa da una violenta scossa sismica che ha fatto un numero enorme di vittime, attende con impazienza l'inizio delle Olimpiadi 2008.
Le Olimpiadi potevano fare da traino e avviare il paese verso una maggiore garanzia dei diritti umani e verso il rispetto di valori e ideali più democratici, ma sembra che sia stata solo occasione di autocelebrazione del potere politico ed economico.
Questa mancanza di diritti, in cui la garanzia del loro rispetto è più che altro uno specchietto per le allodole, si è resa evidente con quanto accaduto in Tibet dove una manifestazione pacifica e non violenta è stata soffocata con la violenza delle armi.
Ma la Cina è piena di voci che chiedono una maggiore giustizia e la garanzia che i diritti fondamentali dell'uomo vengano garantiti.
Una di queste voci è quella di Hu Jia che sta pagando con la propria libertà il suo impegno quotidiano per la garanzia dei diritti umani. Hu Jia si è infatti battuto per i diritti dei malati di Aids affinché ricevessero le cure, ha sostenuto i contadini espropriati delle proprie terre e ha più volte parlato della situazione di diritti umani in Cina. Nel mese di novembre 2007 ha partecipato, in collegamento tramite webcam, a un'udienza del Parlamento Europeo proprio sul tema dei diritti umani affermando che la promessa ufficiale fatta dalle autorità cinesi di migliorare le situazione dei diritti umani in Cina prima delle Olimpiadi non è stata mantenuta. Un mese dopo, a fine Dicembre 2007 Hu Jia è stato arrestato con l'accusa d'incitazione al sovvertimento del potere di stato. Da allora anche la moglie Zeng Jinyang, insieme con la figlioletta, continua ad essere agli arresti domiciliari perché accusata di complicità col marito e dal proprio domicilio, attraverso internet e il suo blog continua la sua lotta per il la liberazione del marito.
Il 3 Aprile scorso Hu Jia è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere e non gli è stato permesso di ricorrere in appello.
Le proteste sulla vicenda continuano, ma le richieste di liberazione continuano ad essere inascoltate.
Il disastro naturale del Sichuan di questi giorni ha giustamente attirato l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale e il risultato è che l'ingiustizia subita da Hu Jia e dalla sua famiglia restano avvolte nel silenzio.
Il vero problema è che quello di Hu Jia non è l'unico caso: ne esistono purtroppo molti simili e ciò rende la situazione cinese tutt'altro che incoraggiante.
La speranza è che le autorità cinesi comincino a rispettare le promesse fatte alla comunità internazionale e che si impegnino a rispettare la dignità dell'uomo garantendo i diritti fondamentali: dalla libertà di parola alla libertà di professione religiosa.
La Cina con i Giochi Olimpici ha l'opportunità irripetibile di far vedere al mondo che è in grado di apportare un mutamento in senso democratico: auguriamoci che non si riveli solo un'occasione sprecata!
Ieri leggevo il blog di Paz (questo il post a cui mi riferisco) e ho trovato la segnalazione di un'ottima iniziativa promossa da BlogCatalog - una delle più note community di blog (spiegazione necessaria per chi non si interessa molto di queste cose) - a cui, senza esitazioni, ho deciso di aderire.
L'iniziativa di cui parlo è Bloggers Unite for Human Rights e avrà luogo domani 15 Maggio in giro per il mondo: si tratta infatti di una manifestazione virtuale a favore dei diritti umani; manifestazione a cui tutti i blogger sono invitati a partecipare.
Non si tratta della prima iniziativa di Bloggers Unite: in passato vi sono state, per fare qualche esempio, la giornata contro gli abusi e anche la campagna di sensibilizzazione a favore della donazione degli organi.
Bloggers Unite nasce dalla convinzione che esista la possibilità di creare un mondo migliore e che internet, e in particolare la blogosfera, abbia il potere di apportare un simile cambiamento. L'idea è quella di unire tante piccole voci sparse per il mondo e di farne un'unica voce: una voce più forte e autorevole proprio perché nata dall'unione di tante piccole parti.
Partecipare è semplice: basta aggiungere il badge dell'iniziativa al vostro blog, scrivere un post sul tema dei diritti umani giorno 15 Maggio (quindi domani) e condividerlo con il gruppo di Bloggers Unite.
Che aspettate dunque? Partecipiamo e regaliamoci la speranza di poter vivere in un mondo più giusto!
Sono diversi giorni che cerco di dedicare un po' di tempo a me stessa e di conseguenza anche al mio blog: con pessimi risultati visto che non sono riuscita a far nulla.
Ci sono giornate in cui si è costretti a correre o in cui non si sa come facciano a volare così in fretta le giornate. Anche oggi è stata una giornata intensa: sarà che devo ancora acclimatarmi e mettere ordine in tantissime cose. Lo so, sono diventata un po' ripetitiva; sto sempre a lamentarmi del tempo che vola troppo in fretta e di me che gli arranco dietro.
Il punto è che ho appena controllato la mia posta elettronica e ho trovato pessime notizie. Notizie che non riguardano me in prima persona, anzi, per essere più precisa, non riguardano la mia vita o quella dei miei cari. Si tratta di quel genere di notizie che mi fanno pensare a quanto io sia fortunata e a come me ne dimentichi troppo spesso: sempre concentrata su me stessa e sulle mie cosucce da poco! Sì, perché c'è chi vive in un incubo da troppo tempo e respira solo disperazione. Ho scritto spesso di Carlo e di altri italiani che si trovano coinvolti in guai giudiziari al di fuori dell'Italia.
Il mio pensiero in questo momento non può che correre in America, ad Avenal: dal 30 marzo scorso Carlo Parlanti ha iniziato lo sciopero della fame.
Carlo sta urlando al mondo la sua innocenza da diversi anni ormai. Non chiede di essere liberato; chiede solo di essere ascoltato e di potersi difendere veramente.
Da tre anni Carlo vive in un incubo interminabile ed ogni giorno sente la speranza scivolar via, silenziosamente.
Carlo è malato e questo sciopero della fame non può far altro che compromettere il suo già precario stato di salute. Grande è infatti la preoccupazione di tutti coloro che lo sostengono e che ogni giorno lottano affinché qualcuno finalmente possa aiutarlo a dimostrare la sua innocenza.
Numerosi gli sforzi e le iniziative per diffondere la storia di Carlo, ma ancora pochi la conoscono. Intanto il tempo passa e per Carlo, rinchiuso in una prigione sovraffollata della democratica America, ogni giornata è interminabile.
Ed io non posso fare a meno di pensare che quest'America è tutto, tranne che democratica e giusta; come invece pretende di essere. In un paese democratico un uomo viene sempre trattato come tale, con dignità e rispetto: gli vengono garantite le cure medice se è malato; gli viene garantito il diritto alla difesa se viene accusato di qualche crimine; gli viene data la possibilità di far sentire la sua voce... Tutto questo sembra che a Carlo venga negato: sin dall'inizio del suo incubo giudiziario è stato accompagnato dal pregiudizio razzista secondo il quale Carlo è colpevole perché è italiano - la parola di un cittadino americano è mille volte più importante di una miriade di prove e di evidenze che lo scagionano; sin dall'inizio ha dovuto lottare per far rispettare i suoi diritti fondamentali.
Carlo è vittima di soprusi e viene ostacolato in mille modi: questo perché Carlo si ostina ad urlare la sua innocenza, ma anche perché c'è chi ogni giorno si batte ed unisce la sua voce alla voce di Carlo. Tante piccole voci ogni giorno più unite ed ogni giorno più forti. Tante piccole voci che danno fastidio, ma che rimangono inascoltate da coloro i quali hanno il potere di agire e di far cambiare il corso degli eventi.
Sembra che a qualcuno dia fastidio che venga data a Carlo la possibilità di spiegare la propria versione dei fatti. Sembra proprio che per qualcuno Carlo debba apparire colpevole a tutti i costi, al punto che la settimana scorsa a Katia Anedda è stato vivamente consigliato per il bene di Carlo, di non organizzare alcuna conferenza stampa in America. A quanto pare c'è chi teme la diffusione della storia di Carlo e mi chiedo che cosa ci sia da temere.
In questo momento mi sento adirata, sconvolta, sconfortata, confusa, spaventata. Un mix micidiale.
Io non conosco Carlo personalmente, ma ho imparato a conoscerlo attraverso le cose che scrive, oltre che attraverso le parole di Katia Anedda ed attraverso quelle di chi ogni giorno mette tutte le sue energie in questa causa.
Io non ho mai stretto la mano di Carlo, ma non riesco a rimanere indifferente. Non posso. Sento che devo spezzare questo silenzio perché è proprio il silenzio che ogni giorno contribuisce a spegnere la vita di Carlo.
Quello di Carlo è un gesto estremo dettato dalla disperazione di fronte agli ennesimi soprusi. Facciamogli sapere che non è solo. Basta poco. Poche parole. Un saluto. Un pensiero. Qualsiasi cosa, ma non l'indifferenza: con l'indifferenza si estingue anche la più piccola speranza che le cose possano cambiare. E senza la speranza? È proprio la fine.
Qui potete approfondire la storia di Carlo Parlanti e trarre le vostre conclusioni: Carlo Parlanti;
Qui invece trovate le notizie aggiornate su Carlo Parlanti: Carlo Parlanti Free.
Sarà che il caso di Carlo Parlanti, di cui sono venuta a conoscenza da poche settimane, mi ha colpito parecchio o che il turbamento che ne è derivato mi ha reso più sensibile a simili casi di giustizia incerta, fatto sta che, con sconforto, ho scoperto che i casi di cittadini italiani detenuti all'estero, in condizioni non sempre dignitose, sono più di tremila. Di certo, fino a non molto tempo fa ero piuttosto ignorante in materia, ma ritengo sconcertante ciò che ho avuto modo di apprendere in questi giorni di ricerche sull'argomento.
Tremila persone: mi sembra un numero enorme. Di tutte queste persone si sa poco o niente: sono tremila cittadini italiani dimenticati da quasi tutte le nostre istituzioni e da quasi tutti i nostri politici. Sono tremila persone la cui vita è schiacciata dal silenzio che le circonda.
Un politico molto sensibile a queste tematiche è l'onorevole Marco Zacchera (AN) che conosce a fondo le problematiche che gli italiani detenuti all'estero si trovano ad affrontare giornalmente e che, col suo impegno attivo e costante, è diventato un punto di riferimento importante per queste persone e per le loro famiglie.
Spesso questi italiani implicati in vicende giudiziarie all'estero, si ritrovano privati dei loro diritti, primo fra tutti il diritto di conoscere il reato di cui si è accusati. Vivendo situazioni paradossali, finiscono con l'estinguere tutte le proprie risorse economiche, nonché quelle della famiglia, per far fronte alle spese legali. A tal proposito, l'associazione Secondo Protocollo - associazione senza scopo di lucro che si batte per la difesa dei diritti umani - sta promuovendo una raccolta di firme per garantire assistenza legale gratuita agli italiani reclusi all'estero, affinché queste persone possano vedersi garantita la possibilità di difendersi. Chi volesse può firmare la petizione on-line.
Sicuramente dei tremila italiani detenuti all'esterno non tutti saranno innocenti e non tutti si troveranno privati dei propri diritti: non è mia intenzione lasciar intendere che gli italiani detenuti all'estero sono innocenti a priori o che vicende come quelle di Carlo Parlanti siano la regola. Tuttavia bisogna ammettere che sono troppi i casi di persone detenute in un paese straniero e private di ogni diritto, torturate, fisicamente e psicologicamente, e dimenticate dal resto del mondo.
Se l'alienazione dei diritti umani è inammissibile per coloro che sono colpevoli, è ancora meno tollerabile quando questo riguarda persone chiaramente innocenti o che non sono ancora state condannate.
In molti casi queste persone vengono tenute in carcere per parecchi mesi prima che il processo che li vede imputati abbia luogo; inoltre capita di frequente che vengano trattenuti senza l'appoggio di prove concrete e verificabili.
Ho già scritto di Carlo Parlanti, ma molti sono gli esempi che possono essere presentati.
Tra questi, uno dei casi più sconcertanti è quello di Abou Elkassim Britel, cittadino italiano (nonostante il nome arabo), detenuto ingiustamente nel carcere marocchino di Äin Bourja, Casablanca. L'incubo di Kassim Britel comincia nel 2002 quando, mentre di trova in Pakistan, viene arrestato, consegnato alla Cia come presunto terrorista e portato in Marocco dove viene rinchiuso in una prigione segreta e torturato. Successivamente liberato nel 2003, dopo quattro mesi viene nuovamente arrestato con l'accusa di far parte di un'associazione sovversiva. Senza prove certe della sua colpevolezza, viene condannato e da allora si trova in carcere, dimenticato dalle nostre istituzioni: un nome arabo e la fede musulmana sembrano sufficienti a fare di lui un terrorista. Nonostante il suo caso in Italia sia stato archiviato nel 2006 perché è risultato essere chiaramente innocente delle accuse di terrorismo e nonostante il Parlamento europeo abbia sollecitato il governo italiano a prendere misure concrete per ottenerne l'immediato rilascio, il nostro ministro della Giustizia Clemente Mastella e gli organi istituzionali competenti non appoggiano la richiesta avanzata da alcuni nostri parlamentari di instaurare delle trattative col Marocco per riportare Kassim in Italia.
Dal 16 Novembre scorso Kassim Britel ha iniziato uno sciopero della fame: una chiara richiesta di aiuto e di giustizia.
Un altro caso assurdo è quello che vede coinvolti due giovani italiani Angelo Falcone e Simone Nobili arrestati nel marzo del 2007 a Mandi, città dell'Himachal Pradesh, Stato a nord dell'India. Si trovano in carcere accusati di detenzione e traffico di stupefacenti, ma continuano a professarsi innocenti. Angelo e Simone si trovavano in vacanza in India e durante la notte tra il 10 e l'11 marzo la polizia ha fatto irruzione nell'abitazione di un cittadino indiano presso cui alloggiavano arrestando tutti coloro che si trovavano lì in quel momento. A seguito della perquisizione effettuata della polizia nell'abitazione sarebbero stati trovati 18 chilogrammi di droga, di cui tuttavia non si hanno prove certe. La vicenda sembra piuttosto ambigua e la colpevolezza dei due italiani sembra piuttosto improbabile. Al momento dell'arresto, tra l'altro, ad Angelo e Simone è stato impedito di contattare subito l'ambasciata italiana: hanno potuto farlo solo dopo essere stati costretti a firmare dei documenti in indi, di cui non conoscevano il contenuto poiché nessun interprete era presente; documenti che si sono poi rilevati essere una confessione nella quale essi dichiaravamo di essere stati fermati dalla polizia mentre erano diretti in taxi all'aeroporto di Delhi e che avevano con loro 18 chilogrammi di droga. Inutili le richieste dei familiari affinché lo stato italiano intervenga in aiuto dei due giovani. Questa che segue è l'intervista al padre di Angelo, Giovanni Falcone, andata in onda su Rai Uno:
Un caso simile, ma con risvolti peggiori e davvero assurdi riguarda un cittadino britannico, Patrick Malluzzo, detenuto anch'egli in India con l'accusa di possesso di stupefacenti: un altro caso che ci aiuta a capire come in India storie del genere siano piuttosto frequenti. Arrestato nel 2004 all'aeroporto di Mumbai, le accuse a carico di Patrick sono fondate sul fatto che una valigia contenente dei vestiti e una fotocopia del suo passaporto (valigia che Patrick Malluzzo aveva affidato ad un amico che era con lui in India) è stata ritrovata dalla polizia ferroviaria su un treno accanto ad un'altra borsa contente un grosso quantitativo di droga. Condannato a 10 anni di detenzione, Patrick Malluzzo è stato torturato psicologicamente e fisicamente; è stato costretto a firmare numerose confessioni e spesso ha dovuto firmare dei fogli completamenti bianchi. Appare chiaro come in simili condizioni i diritti fondamentali siano lontani dall'essere garantiti.
Tornando a casi italiani, uno sguardo alla vicina Spagna: mi riferisco ai casi di Simone Righi (è di ieri pomeriggio la notizia che è stato rilasciato, ma è tuttavia in attesa di giudizio) arrestato nel corso di una manifestazione animalista e di Angelo C. arrestato perché l'amico con cui era in vacanza è stato trovato in possesso di stupefacenti durante un controllo di polizia.
Molti altri sono i casi che si possono citare, tutti casi nei quali le istituzioni italiane fanno ben poco; una selezione è stata necessaria: ho parlato dei casi che più di altri mi hanno colpito. La speranza è che l'Italia possa finalmente interessarsi anche di loro, ma temo verrà disattesa.
Giorno 10 Dicembre si celebrerà la 54a Giornata Mondiale dei Diritti Umani.
La scelta di questo giorno non è certo casuale: il 10 Dicembre 1948 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite venne infatti approvata e proclamata la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (per chi vuole leggere il testo completo, clicchi qui). Due anni dopo l'Assemblea Generale invitò tutti gli stati membri dell'ONU a celebrare proprio in questa data la Giornata Mondiale dei Diritti Umani.
Dal 1951 questa giornata ci ricorda che esiste un documento importante per l'umanità intera: questo documento, la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sancisce «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». L'importanza di queste parole è evidente a tutti, soprattutto se si considera il momento storico che le ha viste nascere - ricordiamo che la seconda guerra mondiale si era conclusa nel 1945 e che si era assistito al dilagare della crudeltà più efferrata e alla totale cancellazione delle libertà di alcune categorie di persone (per razza, religione, ideologia).
Questo testo resta di grande attualità tuttoggi: sono ancora molti, troppi, gli stati che, nel mondo, non garantiscono nemmeno i diritti più basilari. Sebbene queste parole non possano cambiare le situazioni esistenti, né tanto meno possono fare miracoli, credo sia nostro dovere morale far sentire la nostra voce e non dimenticarci di coloro che vivono giornalmente il terrore delle torture fisiche e psicologiche e che vedono cancellati tutti i loro diritti.
L'educazione: sarà questo il tema centrale di questa 54a Giornata Mondiale dei Diritti Umani. È importante educare ai diritti umani le nuove generazioni affinché nel futuro non si dimentichi quello che costituisce un nostro patrimonio inestimabile e che non deve essere dimenticato. Tuttavia è altrettanto importante educare ai diritti umani coloro che non vivono in uno stato di diritto: è fondamentale che queste persone acquisiscano consapevolezza e conoscenza dei diritti che gli sono dovuti in quanto esseri umani perché possano così rivendicare ciò che invece dovrebbe essergli garantito.
Molte saranno le manifestazioni e le iniziative sparse nel mondo. Per guardare all'Italia: ricordo che Amnesty International organizza a Milano una fiaccolata che partirà da piazza San Babila alle ore 18:00 e che si conclurerà in Piazza della Scala alle 21:30 circa. A Torino, sempre il 10 dicembre, alle ore 11:30 presso il Museo Diffuso della Resistenza, della Deportazione, della Guerra, dei Diritti e della Libertà si terrà la conferenza stampa che presenterà il progetto "2008: un anno per i diritti", iniziativa a cura del Museo, di Amnesty International, di Emergency e dell'Unicef.
In occasione della 54a Giornata Mondiale dei Diritti Umani, il gruppo di blogger che sostengono Carlo Parlanti, il cittadino italiano detenuto ad Avenal (USA, California) perché accusato di violenza sessuale, hanno deciso di riproporre l'iniziativa "Una candela accesa per Carlo" promossa l'anno scorso a Natale dalla fidanzata di Carlo, Katia Anedda. Proprio nella giornata del 10 Dicembre la procura della contea di Ventura emetterà la risentenza che stabilirà se riconfermare a Carlo la pena di nove anni o se ridurla. La speranza di Katia e dei familiari di Carlo è che questa risentenza, alla luce dei nuovi rapporti che provano la falsificazione delle prove nel processo precedente e l'inconsistenza della testimonianza della presunta vittima, possa proclamare l'innocenza di Carlo. L'invito è dunque quello di tenere accesa una candela per tutta la giornata del 10 come simbolo di vicinanza e solidarietà per Carlo. Ricordiamo infatti che Carlo Parlanti, nei suoi anni di prigionia ha visto calpestati in continuazione i suoi diritti fondamentali e che ciò, soprattutto per un paese democratico come l'America, non è accettabile.
L'invito è di fotografare la propria partecipazione all'evento e di inviare la propria foto all'indirizzo email: katia@carloparlanti.it. Tutte le foto verranno pubblicate in una pagina web creata appositamente per l'occasione.
Tutti coloro che vogliono possono sostenere Carlo tenendo accesa sul proprio blog/sito web una candela virtuale fino a quando giustizia e chiarezza su questa vicenda non verranno fatte.
Questi sono i banner con i relativi codici html che potete prelevare ed inserire liberamente sui vostri siti/blog:
Desidero segnalarvi questo video creato da Shardana0 allo scopo di non dimenticare la terribile vicenda giudiziaria di Carlo Parlanti in America:
Credo che questo video esprima al meglio le richieste che i sostenitori di Carlo Parlanti avanzano: più di ogni altra cosa si chiede l'interessamento al caso di Carlo da parte del Presidente del Consiglio Romano Prodi e da parte dei Signori Ministri Clemente Mastella (Ministro della Giustizia) e Massimo D'Alema (Ministro degli Esteri, nonché Vicepresidente del Consiglio). Si chiede che sia fatta giustizia e la giustizia comprende una seria e accurata analisi delle prove e delle testimonianze a carico di Carlo Parlanti: solo così si potrà avere un processo equo. Si chiede inoltre che venga garantito il rispetto dei diritti fondamentali poiché è chiaro che ciò, fino ad ora, non è avvenuto.
È importante continuare a parlare di questa storia affinché il maggior numero di persone possa venirne a conoscenza e possa, consultando i documenti disponibili, farsi un'idea di ciò che sta avvenendo.
È importante non dimenticare.
Colgo l'occasione per ricordare che da pochi giorni Carlo Parlanti è stato trasferito dal carcere di Wasco a quello di Avenal. Da notare: ciò è avvenuto a quasi due mesi dall'ordinanza del giudice - l'ordinanza era datata 1 ottobre 2007 - che aveva decretato il trasferimento ad Avenal perché era la sua prigione di provenienza.
Questo trasferimento è sicuramente un fatto positivo poiché a Wasco Carlo Parlanti era tenuto in isolamento, impedendogli i contatti con i suoi familiari (quelli dovuti per legge ad ogni detenuto). L'impressione generale è stata che questo sia stato un tentativo per imbavagliarlo e per evitare che lui potesse parlare del modo in cui veniva trattato. La sensazione che si ricava da un simile comportamento è che si stia cercando di nascondere qualcosa e che non si voglia fare chiarezza.
Per quanto Avenal non sia certo un luogo piacevole (400 detenuti per cella dicono più di ogni altra parola), è sicuramente positivo che Carlo possa tornare ad avere dei contatti con l'esterno.
Coloro che vogliono comunicare con lui possono scrivergli a questo indirizzo di posta:
In una delle mie solite peregrinazioni su internet, mi sono imbattutta nella storia di Carlo Parlanti.
Questo nome, che fino ad oggi era per me sconosciuto, è il nome di una persona, italiana, che è attualmente detenuta in un carcere americano dello stato della California perché accusato di aver picchiato, sequestrato, sodomizzato e violentato una donna americana.
La storia di Carlo Parlanti mi ha subito colpito e ho sentito così la necessità di approfondire questa vicenda.
Andando avanti nella lettura di articoli e appelli, è cresciuto in me lo stupore per il silenzio che i principali mezzi d'informazione italiani hanno tenuto intorno a questa vicenda: sarò stata distratta, forse, ma mi pare che, se anche se ne è parlato o se ne è scritto, sia stata data davvero poca importanza alla persona di Carlo Parlanti.
Scandalo, sgomento, angoscia, rabbia, tristezza: ecco ciò che ho provato e che provo tuttora dinnanzi a quella che agli occhi di molti, e anche ai miei, appare come un'ingiustizia.
Al di là del fatto della presunta colpevolezza o innocenza di quest'uomo, ed io sono convinta che sia innocente, la prima cosa che emerge chiaramente è la totale mancanza della tutela e della salvaguardia dei fondamentali e basilari diritti umani: la detenzione di Carlo Parlanti negli Stati Uniti è disumana e lo sta lentamente uccidendo.
Carlo Parlanti è malato e ha bisogno di cure; cure che non gli vengono garantite; cure che, in quanto essere umano, gli sono dovute e alle quali ha più diritto di altri, soprattutto perché è proprio in carcere che Carlo Parlanti si è ammalato di epatite C (malattia che se non curata porta alla morte).
Indignazione: è inevitabile provarla dinnanzi a tanta immobilità e a tanta indifferenza.
Siamo tutti sordi e colpevoli: col nostro silenzio macchiamo le nostre mani di sangue, del sangue di una persona innocente.
Certo, c'è un processo ancora in corso in America e non si ha la certezza che tale processo porti all'assoluzione di Carlo Parlanti; anzi al contrario, dati i pregiudizi e la superficialità con la quale è stata affrontata l'intera vicenda, si teme la condanna.
Io non sono una giurista o un'ispettrice di polizia: tuttavia ho un cervello e, per mia fortuna, ne faccio uso. Dalla lettura degli atti (non li ho ancora letti tutti, ma buona parte sì), dalle foto portate come prova dall'accusa e dal racconto della presunta vittima l'unica conclusione logica che se ne ricava è che siamo dinnanzi a delle false accuse e che l'accusatrice si sia inventata tutto.
Sono contro la violenza sulle donne - sono donna anch'io - ma non mi piace che si accusino persone innocenti.
Colpevole o innocente - e fino alla condanna definitiva si deve parlare di presunto colpevole: una persona non ancora condannata non deve essere trattata come se fosse già stato appurato che essa è colpevole - è sempre necessario che si indaghi in maniera seria, senza tralasciare nulla e senza pregiudizi.
Tutte condizioni che sono venute a mancare, sin dal primo momento, nella vicenda di Carlo Parlanti.
A tal proposito, un video su YouTube con l'audio di un'intervista all'Onorevole Carlo Zacchera, uno dei pochi uomini politici italiani che si è interessato a Carlo Parlanti:
È online una petizione a sostegno di Carlo Parlanti: non si chiede la sua liberazione, si chiede solo che vengano rispettati i suoi diritti, tra cui quello a ricevere cure mediche adeguate, ma soprattutto si chiede che si faccia chiarezza con indagini accurate e serie affinché la colpevolezza o l'innocenza possano essere affermate al di sopra di ogni ragionevole dubbio.