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sabato, 10 maggio 2008

Complicazioni quotidiane

È stata una settimana complicata e mai come in questi giorni scrivere è stata azione così ardua. Non che ci sia una ragione ben precisa per tali difficoltà.
Si tratta solo di uno stato d'animo, passeggero sicuramente, ma col quale convivo da un po'.
La settimana è iniziata con un lunedì denso di imprevisti e contrattempi culminati con me bloccata per diverse ore in un'anonima stazione di provincia perché il traffico ferroviario da e per Milano era del tutto bloccato perché una persona, l'ennesima in quella zona, aveva deciso di dar fine a tutto gettandosi sotto un treno in corsa. E il mio pensiero non può che tornare a quel gesto così terribile e disperato; un gesto di estrema negazione, di disperazione. Un gesto che comprendo, ma che non posso condividere. Un gesto che mi fa tornare in mente una persona che mi ha fatto crescere, che ormai riesco a vedere solo al passato, una persona che mi ha segnato, profondamente, e che io ho segnato - e forse di me ricorda adesso solo il peggio, ma non la biasimo. Ritorno con la mente a quella morte, così truce, che sarebbe passata in silenzio per me, se non avessi avuto quel colloquio a Milano.
Milano. Da piccola era la città su cui fantasticavo. Me l'immaginavo come un luogo speciale, ricco di meraviglie. Nella mia mente di bambina era la città in cui sarei tornata, da grande; perché là ero nata e là era naturale che dovessi tornare. Ricordo ancora la mia curiosità, il mio scrutare fuori dai finestrini dell'auto quando andavamo in Francia ogni estate... E mio padre che allungava e passava da Cernusco, così che io potessi vedere i luoghi che mi avevano visto nascere, così che io potessi respirare ancora una volta quell'aria così diversa, piacevole; perché piacevole era il pensiero di essere nata in un luogo diverso da quello dei miei fratelli, quasi che quella differenza anagrafica rispecchiasse il mio sentirmi diversa da tutto il resto della mia famiglia.
Milano... Per un po' è stato il mio luogo del cuore; la meta quasi settimanale dei miei ultimi anni universitari. Era la città in cui passeggiavo e in cui la persona che mi aveva rubato il cuore - nei pressi di un'anonima fontanella, in una calda mattinata anomala di agosto - mi faceva sentire amata, protetta e al sicuro: semplicemente tenendomi per mano.
Milano è stata la città della speranza. La speranza di un futuro condiviso con la persona che era sempre riuscita a farmi andare contro ogni mia logica precostituita e che mi aveva fatto scoprire che esiste anche un'altra me stessa, totalmente imprevista ed insospettata, che agisce e che pensa poi alle conseguenze.
Milano è stata la città buia, soffocante e densa di pianti solitari. Milano è stata la città della fine dei progetti e dei sogni ad occhi aperti. Per un periodo è stata la città del dolore; il luogo che mi impediva di vedere vecchie fotografie e che mi faceva venire le lacrime agli occhi anche solo a sentirla nominare.
Milano è stata la città del silenzio: per diverso tempo mi ha impedito di prendere in mano la mia penna stilografica preferita e di sporcarmi le mani di nero... Milano è stata la città del mio annullamento.
Milano mi ha lasciato un marchio indelebile; ha macchiato la ragazzina sognante e l'ha resa diversa. Non so se migliore o peggiore.
Milano ha contribuito a fare di me ciò che sono.
Milano è stata la metropoli del disincanto; in cui è troppo facile perdersi e lasciarsi andare.
E dopo diverso tempo, ancora una volta, Milano. E i ricordi che si affollano alla mente e mi deconcentrano dal pensiero del colloquio che mi attendeva. Pensavo a tutto questo mentre ero in treno e mi annoiavo e pensavo che dovevo organizzarmi meglio in modo da non dimenticare di nuovo a casa il romanzo di Saramago che stavo leggendo: perché se avessi avuto da leggere allora avrei pensato di meno... Il ragionamento non fa una piega, non vi pare?
Solo che poi la morte ha il cattivo gusto di irrompere sempre nei momenti più strani e cambia in qualche modo il corso delle cose.
Rimandato il colloquio all'indomani, penso a Paolo Fox che avevo distrattamente ascoltato la domenica mattina mentre mi annoiavo facendo zapping davanti alla tv: gli scorpione, ahimè, all'ultimo posto della sua classifica astrologica. Ho imparato la lezione: mai ridere (o deridere, che è lo stesso in questo caso) degli astrologi... Le loro parole possono condizionare il corso delle vostre giornate. Sì, perché se non avessi riso di Paolo Fox, ne sono certa, la mia settimana sarebbe stata migliore (per chi avesse qualche dubbio: sto scherzando).
Martedì, finalmente rimetto piede a Milano. E niente catastrofi. Niente crisi isteriche. Tutti i miei timori ingiustificati.
Colloquio conoscitivo, il solito; ho la sensazione che sia solo l'ennesima perdita di tempo. Ma visto che ultimamente le mie sensazioni vanno in malora, esiste anche la possibilità che io sbagli.
Certo che sarebbe il colmo: io che lavoro a Milano. Dopo tutto quello che mi ero detta dopo la mia fuga...
Ma Milano è solo un luogo come un altro, ormai. Demitizzato: lo sguardo di quella bambina che guarda fuori dal finestrino della Lancia Thema di mio padre è sepolto nel passato.
Mercoledì, giovedì... giornate senza grandi sobbalzi. Un po' annoiate e senza forma.
Ho letto del nuovo governo Berlusconi e, seppure tentata, ho resistito alla tentazione di commentare i nuovi e grandiosi ministri che si prenderanno cura del nostro paese per i prossimi cinque anni... Non ho potuto fare a meno di corrucciare lo sguardo, indecisa se ridere o piangere, all'annuncio di Veltroni del suo governo ombra e della ridicola enumerazione dei ministri - ombra anch'essi. Ma quante altre stupidaggini ci toccherà sentire ancora?
Infine, tutta la settimana è stata attraversata dal turbamento causato dalla notizia che una delle persone che ho amato di più, ma che non riesco più ad amare in questo presente, qualche settimana fa sarebbe morta. E nel web la notizia ha riempito i blog e i forum degli addetti ai lavori e dei suoi adepti/ammiratori... La qual cosa, all'inizio mi ha fatto piangere perché, pensando per un attimo che fosse vero, odiavo me stessa: pensavo a quanto insofferente fossi diventata alla sua presenza e alla sua persona. E mi sentivo odiosa (parlo al passato, ma è un sentimento tuttora presente) per il mio repentino ed inspiegato senso di fastidio verso di lui che non aveva colpe e che non mi aveva fatto proprio nulla. E mi chiedevo perché una persona che avevo considerato indispensabile per la mia vita, alla fine non lo fosse più. Al punto da decidere di tagliarlo fuori da tutto.
E mentre passavano i giorni mi sono convinta che si trattava di un falso; mi sono convinta che si trattava di una delle sue trovate geniali.
Forse è il suo modo per tagliare col passato. Forse è il suo modo per ridersela di gusto. Chissà... Ma alla sua morte non credo e ho le mie ragioni.
Venerdì... Una giornata afosa, un sole caldo che mette tutti di buon umore tranne me che sento di stridere con tanto chiarore e con tanta luce. Sensazione che in parte è svanita stasera. E posso ringraziare Harrison Ford ed il suo Indiana Jones se sono qui a scrivere adesso: mi stava annoiando a morte con le sue imprese inverosimili e così mi sono detta che era ora di aggiornare queste pagine.
Infine, la mia colonna sonora in questa settimana: The Last Holy Writer dei Tremblig Blue Stars. Qui potete assaporarne l'atmosfera sognante, umbratile, introspettiva. Fino a poco tempo fa non sapevo neanche che esistessero: scoperti per caso, attraverso giri per il web che non saprei neanche riproporvi adesso. E da quel giorno è stato come se un nuovo mondo, incredibilmente coinvolgente, mi si fosse aperto davanti.
Riescono a far vibrare le mie corde e ad emozionarmi. In fondo è proprio quello che la buona musica dovrebbe riuscire a fare e, a mio avviso, i Trembling Blue Stars fanno ottima musica. Da scoprire, se non li conoscete ancora...

TREMBLING BLUE STARS - Helen Reddy


TREMBLING BLUE STARS - November starlings
martedì, 06 novembre 2007

Legami familiari

ninive20Ci sono giorni che colano via senza troppo fragore e lasciano dietro di sé solo il senso inesprimibile del vuoto.
In questa giornata già dimenticata da molti, sono ancora qui, sveglia, a riflettere sul senso della famiglia; perché oggi per me la parola famiglia ha un sapore diverso, più vivo.
Tutto il mio trambusto emotivo nasce da una banale telefonata, una telefonata ricevuta
oggi da mia nonna: un suo nipote, il figlio della sorella di mio nonno, le ha telefonato dall'Argentina perché solo adesso era venuto a conoscenza della morte di mio nonno, avvenuta ormai da quasi otto mesi. Non si può certo dire che tra la Sicilia e l'Argentina le notizie viaggino in fretta! Ma non è questo il punto. Quando sono passata a trovare mia nonna questa sera, azione che si ripete quasi quotidianamente, ho scoperto - riscoperto - che una parte della mia famiglia vive nell'altro capo del mondo.
Storie simili che si ripetono: come me, sono molti gli italiani che, più o meno consapevolmente, hanno legami con persone che da molto tempo si sono trasferite in altre zone del globo alla ricerca di destini migliori.
Mia nonna comincia dunque a raccontarmi di questo mio cugino lontano e di come i suoi genitori (la sorella di mio nonno e suo marito), molto prima che io nascessi, fossero emigrati in Argentina e ci fossero rimasti. Chi emigra e lascia a malincuore la terra in cui è nato e cresciuto coltiva una sorta di perenne nostalgia per ciò che ha lasciato e vive accompagnato da un forte senso di sradicamento, anche quando riesce ad integrarsi bene nel paese che lo ha accolto. I legami che si hanno con la terra natia finiscono così per acquisire un senso più genuino, ma soprattutto acquistano un valore aggiunto in quanto essi diventano il punto di partenza ed il
termine di paragone a cui si guarda continuamente, specialmente nei momenti di difficoltà e nei giorni in cui si va alla ricerca della propria identità. In un paese straniero, in mezzo a persone che ti vivono accanto senza vederti; in un luogo dove i suoni, i sapori e gli odori sembrano sempre meno belli e buoni di quelli che ricordano casa; in un luogo dove la lingua parlata acuisce il tuo senso di estraneità; ritrovi la forza pensando a ciò che ti fa vivere meno drammaticamente il sentimento della solitudine: il ricordo del mare, il ricordo della tua montagna, ma soprattutto il ricordo dei tuoi cari; quei cari che hai dovuto abbandonare.
I legami familiari sono legami fatti col sangue che nessuno può scegliere di modificare, perché nostro malgrado continuano sempre a far parte di noi e di ciò che siamo; sono lacci che ci legano in maniera inscindibile.
Questo mio cugino, da parecchio tempo non vede quella parte di famiglia che è rimasta qui in Sicilia, ma immutati sono i sentimenti e le emozioni che lo legano a delle persone che, nascondendosi dietro la freneticità della loro vita, si sono dimenticate della sua esistenza. Michele, così si chiama questo cugino, ha ormai 75 anni - ed io penso subito che ne ha quasi cinquanta in più di me! - ed ora che sente la sua vita volgere al termine, ripensa a quella terra che, insieme con i suoi genitori e fratelli, ha lasciato e ripensa a quelle persone che ama da lontano. Michele spera solo di riuscire a tornare un'ultima volta qui, in questa terra che riposa sul fuoco, per cercare le tracce dei luoghi in cui da fanciullo ha vissuto e per ritrovare quei frammenti di famiglia che la morte non ha ancora divorato. A mia nonna chiede informazioni su tutti, non dimentica nessuno,  lui che molti sembrano aver dimenticato. Mentre mia nonna mi parla di queste speranze, non posso fare a meno di pensare che vorrei poter conoscere questa persona che mi lega a mio nonno; vorrei riuscire a scrutarne i tratti e a trovare i segni di una medesima provenienza. Immagino i problemi che deve affrontare laggiù, in Argentina; ascoltando il racconto di mia nonna  un senso di dolore mi assale.
Tanto affetto ed un desiderio così grande, forse irrealizzabile a causa di problemi materiali, mi porta ad analizzare, ancora una volta, i miei legami familiari. Guardo la mia famiglia e penso che poco del senso autentico di questa parola è sopravvissuto nella mia.
Figlia di divorziati - situazione accettata controvoglia diverso tempo fa - ho creduto spesso che il significato tradizionale di famiglia fosse insensato e, in perenne posizione di difesa, ho  sempre dichiarato di non volere una famiglia. Si tratta di una delle mie molteplici maschere:mi fingo, in maniera spavalda, imperturbabile e disinteressata, ma soprattutto fingo di essere immune alle ferite inferte, più o meno volontariamente, dalle persone a cui, in qualche modo, tengo.
Rifletto sul rapporto con i miei familiari: a partire dal tacito senso di odio che serpeggia ovunque avvenga l'incontro-scontro tra me e mio fratello, fino ad arrivare al rapporto con i miei zii e con i miei cugini. Tutti legami che sono ormai relegati alla condizione dell'apparenza: siamo diventati come degli estranei che sono costretti a frequentarsi, loro malgrado, nelle occasioni ufficiali. Torno con la mente alla superficialità e al disagio che sovrastano questi rapporti che hanno perso anche l'ultimo atomo di umanità.
Subito dopo queste amare constatazioni, penso, con vergogna e con un mordente senso di colpa, al mio perenne senso di isolamento e di solitudine: mi chiedo se sia lecito sentirsi così quando esistono persone che non possono vivere questi legami familiari in maniera intensa e presente come, nell'universo delle possibilità, potrei fare io. Io che potrei far tesoro di ogni pezzo della mia famiglia, spreco le mie giornate a rimpiangere cose che nemmeno conosco. Mi chiedo se sono io a pormi in maniera sbagliata; penso al fatto che le posizioni impregnate di rancore e di orgoglio portano con sé il nulla, ma più di ogni altra cosa, penso che posso ancora tentare di cambiare le cose, posso darmi una nuova possibilità aprendomi a questi legami sentimentali e allontanando da me l'occasione di futuri rimpianti.
Presa da questo turbinio emotivo, guardo fiduciosa in avanti e promettendo a me stessa che d'ora in poi sarà diverso, io sarò diversa.
Penso che posso riappacificarmi col mondo...
Basta un attimo: questi pensieri rapidamente tornano a farsi titubanti. Non posso fare a meno di chiedermi se riusciranno a superare la notte e ad arrivare indenni a domani.

Colonna sonora attuale:
Perturbazione
Morgan
Georges Brassens
Garbage



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categorie: famiglia, speranza, nostalgia, terra, legami, emigrazione, ricordi familiari

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